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I confini

  • Immagine del redattore: vasiupiter
    vasiupiter
  • 7 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

La violazione dei confini altrui, nella metafisica lurianica, non è una semplice scortesia ma un vero e proprio crimine ontologico contro l'atto stesso della Creazione.

Per comprendere la gravità di questo atto, dobbiamo risalire all'archetipo del limite: lo Tzimtzum.

L'Ein Sof (l'Infinito) ha scelto di contrarsi per lasciare un vuoto in cui l'Altro (il mondo, l'uomo) potesse esistere. Questo è l'atto supremo di auto-limitazione.


Chi viola i confini altrui compie l'operazione inversa: rifiuta di contrarsi, espande la propria volontà nello spazio vitale dell'altro e, di fatto, agisce come se fosse un infinito che non tollera che esista altro da sé.


Secondo l'Ari, questo è il peccato di orgoglio ontologico: l'individuo si sostituisce a Dio, ma senza la grazia della contrazione, diventando una forza puramente invasiva e distruttiva.


La rottura dei Vasi (Shevirat ha-Kelim) avvenne perché le luci erano isolate e i vasi non potevano comunicare né cedere spazio l'uno all'altro. Erano punti (Nequdim) che esistevano in una solitudine assoluta e rigida.

Violare il confine altrui significa trattare l'altro come un vaso (Kli) destinato a contenere la nostra luce, la nostra volontà o i nostri bisogni. Poiché quel vaso (l'altro) non è strutturato per contenere la nostra essenza ma la propria, l'invasione ne provoca la rottura simbolica o psicologica. È una reiterazione della catastrofe primordiale: invece di armonia, si genera frantumazione.


Nel mondo della riparazione (Tikkun), le entità divine (i Partzufim) non sono nude né isolate. Esse sono dotate di Levushim (Vesti). Nella Kabbalah, la veste è ciò che permette la relazione perché nasconde l'essenza (impedendo che l'altro venga accecato o annullato) e rivela solo ciò che l'altro può ricevere.


Rispettare il confine degli altri significa onorare la Veste dell'altro. La violazione del confine è l'atto di strappare questa veste, esponendo l'altro a un'intensità (di volontà, di pretesa, di informazione) che non è calibrata per lui. Questo atto trasforma la relazione in un processo di assorbimento parassitario, tipico delle Qlippot.


Ogni individuo ha il compito di operare il Birur (il setacciamento) delle proprie scintille. Entrare senza diritto nello spazio spirituale o psichico di un altro interferisce con il suo processo di riparazione.

Invece di aiutarlo ad elevare le sue scintille, l'invasore vi proietta le proprie scorze (Qlippot), rendendo il lavoro dell'altro infinitamente più difficile. È una forma di inquinamento metafisico.


Il confine non è un muro che separa, ma la condizione di possibilità della relazione. Senza Tzimtzum (contrazione di sé) non c'è spazio per l'altro. Senza spazio per l'altro, non c'è Tikkun (riparazione), c'è solo un ritorno al caos dei vasi infranti.

Rispettare il confine è l'atto fondamentale con cui l'uomo imita Dio nella sua capacità di ritrarsi per amore della diversità.


Non c'è perdono possibile per questa violazione che è il vero peccato originale.


In nomine Patris et Matris conscientiam elèvo et excelsa vibro 🙏🏻

 
 
 

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