La comfort zone
- vasiupiter
- 22 giu
- Tempo di lettura: 1 min
La comfort zone non esiste.
O meglio: esiste, ma non è quello che pensiamo.
Non è uno stato di benessere. È uno spazio conosciuto . La nostra mente lo confonde con la sicurezza perché l'ha costruito pezzo per pezzo, fin da bambini, rispondendo a emozioni che non sapevamo ancora nominare. Evento, reazione, sopravvivenza. Ripeti abbastanza volte e diventa struttura. Poi abitudine. Poi identità.
Con gli anni l'apprendimento cede il posto alla meccanicità. Preferiamo il percorso noto all'esplorazione perché l'esplorazione ci è stata insegnata come pericolo, non come possibilità.
Ma la verità è che la comfort zone ha le radici nella sofferenza del primo apprendimento, non nel benessere. Siamo prigionieri di schemi che ci hanno protetto, non nutriti.
Uscirne non significa diventare coraggiosi. Significa tornare bambini. Accettare di non sapere abbastanza. Sentirsi ancora capaci di imparare, di trasformarsi, di cambiare. Riconoscere il vuoto che c'è in noi e non fuggirgli.
Forse la gabbia più stretta è stata la fretta di crescere, di definirci, di diventare qualcuno. Quella fretta ha cementato i pattern infantili in identità adulte, ha cristallizzato le paure dentro una serie di strutture interne difensive.
Io ho provato a rallentare. A smettere di performare la gentilezza per farmi amare. A dire la mia verità anche quando temevo di non piacere. E ho scoperto che più riconosco il cammino ancora da fare, meno soffro del mio stato attuale.
Il vuoto non è mancanza. È spazio.
E lo spazio, se impari a sopportarlo, diventa libertà.
In nomine Patris et Matris conscientiam elevo et excelsa vibro 🙏🏻

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