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La mente che mente... O no?

  • Immagine del redattore: vasiupiter
    vasiupiter
  • 8 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

Ho riflettuto a lungo su qualcosa che mi sta a cuore, e sento di doverlo condividere anche se so che potrà urtare qualcuno.


Ho passato anni ad osservare una certa deriva nella spiritualità contemporanea: il rifiuto del mentale, l'esaltazione del fluire ad ogni costo, l'idea che la mente sia solo un nemico da aggirare. E ho capito che questa strada, per quanto seducente, porta ad un vicolo cieco.


Ho sperimentato sulla mia pelle cosa significa smettere di fidarsi del proprio discernimento. Ho visto persone, me compresa, a tratti, perdersi in emozioni amplificate, drogate di risposte emotive estremizzate solo per sentirsi ancora vive. Ho visto la paralisi decisionale mascherata da accettazione spirituale, la passività venduta come saggezza.


Dire che "la mente mente" può aprire ad una verità profonda: siamo più della nostra mente, più dei nostri corpi, la coscienza trascende ciò che i sensi possono cogliere. Ma se non si fa questo passo con precisione, si finisce per innescare una sfiducia pericolosa nel proprio contenuto mentale. Una scissione che ci aliena da noi stessi. Quando la mente viene esautorata completamente, l'emotivo prende il sopravvento senza più filtri. L'equilibrio tra i due emisferi va a farsi benedire.


È qui che la Kabbalah lurianica mi ha offerto una chiave di lettura che trovo illuminante. Nella visione dell'Ari, la creazione non avviene per espansione diretta dell'Infinito ma attraverso lo Tzimtzum, una contrazione consapevole, un ritiro dell'Essenza per lasciare spazio al mondo. Lo Tzimtzum è una costrizione che genera una relazione. Dio non si annulla: si ritrae per permettere che qualcosa emerga ma rimane la sorgente nascosta.


Ho capito che il "fluire ad ogni costo" che vedo intorno a me è l'esatto opposto dello Tzimtzum. Non è una contrazione che crea spazio: è una dissoluzione che annulla il contenitore. E nella Kabbalah lurianica, senza i vasi (kelim) la luce divina non ha dove incanalarsi. I vasi si rompono e le scintille di luce cadono nei klipot, nei gusci vuoti. È esattamente ciò che osservo: persone incapaci di agire, molli, in preda ad ogni evento esterno, con passiva accettazione forzata. Non è illuminazione. È esilio delle scintille.


Nella mappa delle Sephirot, la mente non è il nemico. Chokhmah è la sapienza intuitiva, il flash che precede il pensiero. Binah è il discernimento, la capacità di dare struttura e forma a ciò che Chokhmah ha concepito. Sono funzioni mentali elevate, vasi che contengono luce divina. Il problema non è mai la mente in sé, sorge quando la mente si identifica con se stessa e crede di essere la sorgente. È la mente identificata che mente,non la mente come specchio ordinato della coscienza.


D'altronde ogni Sephira ha un aspetto sano e uno danneggiato. Chesed, l'amore espansivo, senza Gevurah, il limite, la disciplina, la forza del "no", diventa inondazione emotiva. È esattamente ciò che descrivo: emozioni drogate, amplificate, che annegano la persona invece di nutrirla. E Gevurah senza Chesed diventa rigidità paralizzante. L'equilibrio non si trova scegliendo un polo, si trova integrando.


Il Tikkun, la riparazione, non consiste nel rifiutare la mente per abbracciare l'emozione. Consiste nel riconnettere ogni funzione alla sua radice essenziale. Nel mio caso, questo ha significato smettere di esautorare il mio discernimento e iniziare a purificarlo: distinguere tra la voce che costruisce narrazioni difensive e la voce che, con calma, riordina la percezione. Non è facile. Richiede pratica, pazienza e la consapevolezza che il vaso si può rompere di nuovo.


So che queste parole possono suonare dure a chi ha trovato conforto nel rifiuto del pensiero. Non giudico il bisogno di riposare dalla mente, l'ho avuto anch'io. Confondere però il riposo con la rinuncia permanente al discernimento è costoso. Molto costoso.


Scrivo questo perché credo che togliere illusioni collettive, anche quando fa male, sia un atto di rispetto verso chi è sulla strada. Non ho la verità in tasca. Ho solo una domanda che continuo a portarmi dietro e che la Kabbalah lurianica mi ha aiutato a formulare con più precisione: se smetto di fidarmi della mia capacità di capire, di distinguere, di scegliere, chi rimane?


E la risposta, finora, non mi ha mai soddisfatta.


In nomine Patris et Matris conscientiam elevo et excelsa vibro 🙏🏻

 
 
 

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